venerdì 2 settembre 2011

Non studiate!

CARI RAGAZZI, cari giovani: non studiate! Soprattutto, non nella scuola pubblica. Ve lo dice uno che ha sempre studiato e studia da sempre. Che senza studiare non saprebbe che fare. Che a scuola si sente a casa propria.

Ascoltatemi: non studiate. Non nella scuola pubblica, comunque. Non vi garantisce un lavoro, né un reddito. Allunga la vostra precarietà. La vostra dipendenza dalla famiglia. Non vi garantisce prestigio sociale. Vi pare che i vostri maestri e i vostri professori ne abbiano? Meritano il vostro rispetto, la vostra deferenza? I vostri genitori li considerano “classe dirigente”? Difficile.

Qualsiasi libero professionista, commerciante, artigiano, non dico imprenditore, guadagna più di loro. E poi vi pare che godano di considerazione sociale? I ministri li definiscono fannulloni. Il governo una categoria da “tagliare”. Ed effettivamente “tagliata”, dal punto di vista degli organici, degli stipendi, dei fondi per l’attività ordinaria e per la ricerca.

E, poi, che cosa hanno da insegnare ancora? Oggi la “cultura” passa tutta attraverso Internet e i New media. A proposito dei quali, voi, ragazzi, ne sapete molto più di loro. Perché voi siete, in larga parte e in larga misura, “nativi digitali”, mentre loro (noi), gli insegnanti, i professori, di “digitali”, spesso, hanno solo le impronte. E poi quanti di voi e dei vostri genitori ne accettano i giudizi? Quanti di voi e dei vostri genitori, quando si tratta di giudizi – e di voti – negativi, non li considerano pre-giudizi, viziati da malanimo?

Per cui, cari ragazzi, non studiate! Non andate a scuola. In quella pubblica almeno. Non avete nulla da imparare e neppure da ottenere. Per il titolo di studio, basta poco. Un istituto privato che vi faccia ottenere in poco tempo e con poco sforzo, un diploma, perfino una laurea. Restandovene tranquillamente a casa vostra. Tanto non vi servirà a molto. Per fare il precario, la velina o il tronista non sono richiesti titoli di studio. Per avere una retribuzione alta e magari una pensione sicura a 25 anni: basta andare in Parlamento o in Regione. Basta essere figli o parenti di un parlamentare o di un uomo politico. Uno di quelli che sparano sulla scuola, sulla cultura e sullo Stato. Sul Pubblico. Sui privilegi della Casta. (Cioè: degli altri). L’Istruzione, la Cultura, a questo fine, non servono.

Non studiate, ragazzi. Non andate a scuola. Tanto meno in quella pubblica. Anni buttati. Non vi serviranno neppure a maturare anzianità di servizio, in vista della pensione. Che, d’altronde, non riuscirete mai ad avere. Perché la vostra generazione è destinata a un presente lavorativo incerto e a un futuro certamente senza pensione. Gli anni passati a studiare all’università. Scordateveli. Non riuscirete a utilizzarli per la vostra anzianità. Il governo li considera, comunque, “inutili”. Tanto più come incentivo. A studiare.

Per cui, cari ragazzi, non studiate. Se necessario, fingete, visto che, comunque, è meglio studiare che andare a lavorare, quando il lavoro non c’è. E se c’è, è intermittente, temporaneo. Precario. Ma, se potete, guardate i maestri e i professori con indulgenza. Sono una categoria residua (e “protetta”). Una specie in via d’estinzione, mal sopportata. Sopravvissuta a un’era ormai passata. Quando la scuola e la cultura servivano. Erano fattori di prestigio.

Oggi non è più così. I Professori: verranno aboliti per legge, insieme alla Scuola. D’altronde, studiare non serve. E la cultura vi creerà più guai che vantaggi. Perché la cultura rende liberi, critici e consapevoli. Ma oggi non conviene. Si tratta di vizi insopportabili. Cari ragazzi, ascoltatemi: meglio furbi che colti!

Ilvo Diamanti
La Repubblica 1 settembre 2011

giovedì 1 settembre 2011

Rocco e i suoi fratelli di carta

E chi l’avrebbe detto che anche a quest’età può succederti di fare l’autostop? Invece succede, soprattutto se devi arrivare in tempo a prendere un treno a Torino e sei in un paesino delle Alpi di trecento abitanti. Non si accetteranno caramelle dagli sconosciuti, ma lo sconosciuto è gentile e si è reso disponibile appena ha saputo del bisogno, “tanto anch’io devo andare a Torino”. Ha il viso simpatico, un accento da meridionale arrivato al nord da qualche decennio, una Citroën diesel con l’aria veterana. E deve essere un buon lettore: ha un po’ di giornali sul sedile e prima di partire passa per uno di quei crocicchi dove si prendono e si lasciano libri gratis, uno scambio anonimo tra viandanti colti. Si chiama Rocco, Rocco Pinto. E il nome aumenta la simpatia. Profuma di antico, nella vertigine odierna di Lorenzi, Jacopi e Luchi.

“Rocco e i suoi fratelli” vien da interloquire senza troppa fantasia. “L’ha detto, io sono proprio Rocco e i suoi fratelli!”. Sorride guidando. “Metta Torino al posto di Milano ed è fatta. Sono lucano anch’io, sono nato a Rapone, in provincia di Potenza ai confini con l’Irpinia, nel 1959. Mio padre faceva il calzolaio ed era pure bravo, avevamo una piccola trattoria. Mio fratello più grande venne mandato a studiare a Torino, dove c’erano degli zii che lavoravano in cantiere: a quindici anni faceva il falegname apprendista di giorno e la scuola tecnica alla sera, all’Avogadro. Poi arrivammo noi, tutti gli altri. Mio padre, mia madre, io, mia sorella, e altri due fratelli. Andammo a dormire in una soffitta in via Mercanti, due stanze per otto persone perché c’era anche mia nonna. Mio padre andò in cantiere pure lui. Lavorava la pietra: due martelli, una cazzuola e un secchio. Io andai in quinta elementare e scoprii che quasi tutti i miei compagni erano meridionali, una autentica babele di dialetti. Ma la sto annoiando?”.

Per carità. Lo sconosciuto gentile sembra spuntato dal nulla in questo 150esimo anniversario di unità d’Italia per raccontare un pezzo di storia vera, mica le bubbole della Padania o la retorica del Belpaese. “Le medie le feci al Baretti. E lì incominciò la mia nuova vita. Prima di tutto mi innamorai del Toro, ed era una rarità perché i figli degli immigrati diventavano juventini. Poi incominciai a pormi qualche domanda. Lei pensi che al mio paese c’erano sì e no mille abitanti. E che mi trovai in una città smisurata, dove c’erano manifestazioni smisurate, gente che urlava, sassaiole, e quei grandi cartelli con su scritto ‘Agnelli e Pirelli ladri gemelli’ e io non capivo. Poi qualcosa mi veniva detto dai miei fratelli più grandi, oppure a scuola. Fu lì che trovai un professore di italiano che mi fece innamorare dei libri e della lettura”.

Ci siamo, pensi, ora mi dice che mestiere fa. “A casa mia non leggeva nessuno. Io sbagliavo gli accenti e le acca e me lo sarei portato dietro per un bel po’ questo difetto, perché non c’è niente di peggio che una scuola elementare fatta male. Lavoravamo tutti. Un altro mio fratello aveva smesso presto di studiare e faceva il garzone in un bar. Io e l’altro mio fratello andavamo anche noi in cantiere per arrotondare d’estate. No, non abbiamo fatto la fame, perché tutti i maschi portavano soldi a casa e poi lì c’era mia madre, una donna straordinaria, che teneva insieme tutto. Il problema era integrarsi, semmai”.

“Poi feci lo scientifico, e capii sempre di più quel che stava accadendo a Torino. E andai a fare il servizio militare. Accompagnavo un non vedente, un funzionario del Pci, e allora gli leggevo tanti libri ad alta voce, vede come si coltivano le passioni? A volte è il caso. Trovai il mio primo lavoro in università, a Palazzo Nuovo. Un sogno: in libreria, Celid si chiamava, Cooperativa editrice libraria di informazione democratica, era nata dalla contestazione. Feci il fattorino, poi il magazziniere, infine il commesso dietro il bancone. Mi laureai in lettere. La tesi? La feci sulle letture del libraio”.

In certi momenti non si ha voglia di fare domande, l’interlocutore dice comunque cose più interessanti di quelle che gli chiederesti. “Be’, sì, di libri un po’ mi intendo. L’ha mai letto Salvatore Satta? No? Guardi tenga qui ‘Il giorno del giudizio’, è uno dei capolavori del novecento italiano. Glielo regalo. No, lo tenga. Leggo di tutto, anche se sono esigente: Parise, la Morante… Una volta mi appassionavo alle cronache politiche, ne discutevo con gli amici, ora non ci riesco più. Mi sento disarmato. D’altronde che dovremmo aspettarci quando metà della popolazione non legge neanche un libro all’anno, e questa è la media perché il Sud è uno sfacelo? Il mio sogno è di diventare come il mio professore delle medie e diffondere cultura. Pensi che alcuni anni fa andammo con degli scrittori e Goletta verde per un intero maggio in giro per la Calabria a promuovere la lettura. Ora sto preparando un forum a Matera, con Giuseppe Laterza, Antonio Sellerio, Carla Ida Salviati, per una legge di iniziativa popolare su libri e lettura. Sarà a ottobre. Glielo confesso, ho spinto io per farlo a Matera, è la mia terra”.

La stazione di Porta Nuova è arrivata. “Che mestiere faccio? Dirigo la libreria ‘La torre di Abele’ qui a Torino”. C’era da giurarci. Ma questa è la storia di un’Italia, ancora in mezzo a noi, che andava raccontata. Di quando i figli dei calzolai diventavano intellettuali e ogni figlio portava i soldi a casa. E i Rocco, i Giuseppe e i Salvatore rinsanguavano il Nord facendone, da una soffitta, una delle terre più benestanti e progredite al mondo.

Nando dalla Chiesa

La prova del tifone

Hanno la memoria corta, coloro che guardando fuori dalla finestra, e vedendo i tempi come son brutti, concludono che non è sotto cieli sì rabbuiati che si può fare dell´Europa una grande potenza.Una grande potenza decisa a non farsi abbattere dalle raffiche dei mercati e da quel che le raffiche dicono: la crisi di un mondo, non del mondo; la nascita di un universo multipolare, non più egemonizzato da America e Occidente. L´idea dell´unificazione europea non nacque nei sogni di uomini che se ne stavano sdraiati su verdi prati, ma nella tormenta e nella guerra, quando le forze dei nazionalismi e delle dittature mietevano morte.
Lo sanno gli italiani, che da quelle guerre uscirono più saggi perché vinti. Lo sanno soprattutto i tedeschi, per i quali l´Europa fu redenzione democratica. Sembrano averlo dimenticato, ma se negli Anni ´30 la crisi li spezzò, anche spiritualmente, fu perché la Germania era stata trattata, dopo il 14-18, come uno Stato da vessare, da punire economicamente. I suoi creditori furono esosi e sterminatamente vacui, le riparazioni imposte al vinto divennero un cappio insostenibile. I disoccupati, alla fine del ´31, erano 6 milioni. Mancò nei vincitori la saggezza della solidarietà e fu catastrofe, per i tedeschi e per l´Europa.
I moderni euroscettici non sanno la storia che fanno e che ripetono, intontiti. Anche, quando commentano tristemente che mancano stavolta i grandi uomini, che il vento della crisi è troppo forte per prendere decisioni, che la decadenza essendo alle porte non resta che intirizzire e rimpicciolirsi, non sanno quel che dicono. È vero, mancano i grandi, la bufera travolge e sparpaglia gli uomini: che altro fare, se non pregare? È quel che fanno i politici: invece di agire, predicano. Viene in mente il Tifone di Joseph Conrad: «È questa la forza disgregatrice di un gran vento: isola l´uomo dai propri simili».
Quel breve romanzo di Conrad vale la pena rimeditarlo, perché in esso oggi ci rispecchiamo e perché nostra è la domanda che assilla il protagonista, il capitano MacWhirr. Il suo vice, Jukes, gli fa capire a un certo punto che l´immane tempesta forse la potrebbe schivare, deviando dalla rotta stabilita. Perché MacWhirr non segue questo consiglio in apparenza prudente, di buon senso? Perché si getta a capofitto nel tifone quando potrebbe aggirarlo? MacWhirr ha qualcosa di ottuso, cocciuto, non immaginativo, lo sguardo perso nel vuoto. Quel che dice a se stesso, provo a riassumerlo in un monologo immaginario: «Cosa dirò, quando arriverò al porto con due giorni di ritardo avendo allungato il percorso pur di scansare la tormenta? Non potrò giustificarmi evocandola, perché neppure l´avrò vista («Come sapere di cosa è fatta una tempesta prima che ti cada addosso?»). Di quale impedimento ciancerò, non avendolo neanche sfiorato? Dirò che ho letto tanti manuali, ma in quale manuale è contemplato il preciso tifone che mi s´accampa forse davanti? Non sono, tutte le «strategie della tempesta» enumerate dagli esperti, figlie – come dice Keynes – di qualche economista defunto? Il fatto è che dovevo arrivare al porto di Fu-Chau venerdì a mezzogiorno, col mio carico umano di coolies cinesi, e che per evitare un tifone che mi resta ignoto ho fatto tutto un giro di Peppe e non ho rispettato i patti. Questo mi rende inaffidabile, non atto al comando, ora e in futuro. La tua occasione è questa, ed è ora e qui».
Ecco, a me sembra che gli uomini eccelsi siano creature delle occasioni, colte nel momento in cui si presentano. Non appaiono prima che l´ora spunti e il vento li metta alla prova, minacciando di separare individui e nazioni. Si può contrastare infatti la sua forza disgregatrice, traversando da forti il tifone. In Europa, oggi, quel che salva è guardare in faccia la tempesta, farsi da essa educare alla grandezza, arrivare in porto all´ora giusta. Quel che ci perde è allungare il tragitto di 300 miglia, far deviare la nave di cinquanta gradi verso Est: un incubo, per il capitano della Nan-Shan.
Gli euroscettici somigliano al primo ufficiale Jukes, che suggerisce di allungare la via: gli stessi tremori e timori li indolenziscono. L´ora del grande vento non è la migliore – dicono – per azioni ardite. Non è questo il momento, in tanta turbolenza, di ripensare l´Europa, di immaginare quel che si perde scassandola, di escogitare i mezzi perché possa resistere solidalmente alla recessione, non isolando i popoli uno dall´altro. Salvare l´idea europea dello Stato sociale, ricominciare a crescere ma in maniera diversa, risparmiando energia e sintonizzandosi con i Paesi emergenti che crescono al posto nostro: tale la via. E dare agli europei un corpo politico più vasto: perché la taglia conta nella mondializzazione, se vuoi governarla e non affidarla solo ai mercati.
Gli eurobond di cui si parla in questi giorni (proposti da Tremonti e il presidente dell´Eurogruppo Jean-Claude Juncker, da Mario Monti, da Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio) sono frecce che l´Unione potrebbe mettere nella sua faretra. E certo son tanti i problemi, ma anche per l´Europa vale la domanda sorta in Italia di fronte agli sconquassi berlusconiani: se non ora, quando? È ora che va riaggregato quel che il vento disgrega. È ora che i politici sono chiamati a farsi modellare dal tifone e apprendere il comando. È ora che occorre avere fiducia nella società e nelle nuove generazioni, le più colpite dalla crisi perché a lungo trascurate dalle generazioni precedenti.
Che la Germania sia oggi la più paralizzata ha qualcosa di stupefacente e tragico. Proprio lei che ha sperimentato la rinascita dopo il disastro oggi si chiude, si assoggetta a defunti dottrinari del mercato. Pensa che ognuno debba far prima ordine in casa propria. È tentata dal destino della piccola Svizzera, sfiancata da una moneta troppo forte. Senza ben saperlo, è immersa in discorsi decadenti sull´Europa.
I discorsi sulla decadenza sono un´impostura, sempre: per l´Europa e ancor più per i giovani (con che faccia tosta dir loro che il mondo finisce?). I rinvii e le ignavie fanno comodo ai gruppi di interesse che corrodono le democrazie, ma il comodo è breve anche per loro. Le deviazioni non ci fanno tornare indietro agli Stati-nazione, come alcuni sperano o temono. Non ritorneremmo, se l´Euro si sfasciasse, allo Stato sovrano descritto da Nietzsche («il più freddo di tutti i mostri freddi») perché quel che accade è per buona parte del mondo un progresso, col quale entreremo in contatto solo se faremo blocco. Solo se gli Stati risaneranno le proprie economie, e al contempo faranno in modo che una nuova crescita parta dal continente Europa.
Gli eurobond potrebbero aiutare questa crescita collettiva, perché implicano l´istituzione di un Fondo finanziario europeo, che emetta titoli di due tipi: titoli per trasformare i debiti degli Stati in debito europeo, e titoli per finanziare nuovi piani infrastrutturali comuni. All´inizio l´idea fu considerata utopica. La proposero fin dal maggio 2008 tre economisti – Alfonso Iozzo, Stefano Micossi, Maria Teresa Salvemini – in un progetto per il Centro studi di politica europea a Bruxelles (Ceps). L´estendersi della crisi resuscita l´idea. Ma allo stesso modo in cui fu necessario creare nuove condizioni perché l´Euro nascesse – sostiene Alfonso Iozzo – oggi occorre un salto di qualità dell´Unione: «Nel caso della moneta unica, fu necessario rassicurare i tedeschi con il Trattato di Maastricht e il Patto di stabilità. Non diversa la sfida degli eurobond: per il passaggio dai debiti nazionali al debito federale europeo, saranno necessarie norme costituzionali dell´Unione che garantiscano la supremazia delle decisioni europee sulla possibilità di fare deficit a livello nazionale».
L´altro scenario c´è: è il giro di Peppe. Se aspettiamo il bel tempo saremo perduti, perché è quando fa brutto che l´uomo escogita l´ombrello, i tetti sopra le case, il fuoco per scaldarsi. Anche il Welfare fu concepito da Beveridge in piena guerra, nel ´42. I giovani, quando vedranno che i vecchi s´inventano tetti e ombrelli, non si ribelleranno.

Barbara Spinelli

lunedì 29 agosto 2011

Rudolf Jacobs, il tedesco che divenne partigiano

La mia piccola patria, dietro la Linea gotica sa scegliersi la parte”. Così cantava Giovanni Lindo Ferretti, nella canzone Linea Gotica , facendo riferimento al “comandante Diavolo”, il partigiano Germano Nicolini e al “monaco obbediente”, ovvero Giuseppe Dossetti. Figure note dell’antifascismo e della Resistenza. Molto più di Rudolf Jacobs. Un tedesco.

Conosciuto soprattutto nella città di Sarzana, provincia di La Spezia, dove morì e dove è sepolto. Alla sua memoria il regista Luigi Faccini ha dedicato prima un libro (L’uomo che nacque morendo, 2006) e ora un docu-film, che sarà proiettato come evento speciale della sezione “Controcampo Italiano” alla mostra del Cinema di Venezia, il 2 settembre. Rudolf Jacobs – L’uomo che nacque morendo, come si intitola il lavoro dell’instancabile documentarista, prodotto dall’altrettanto instancabile Marina Piperno (di recente insignita del Nastro d’Argento dalla carriera) vide la luce nel 1914, figlio di un importante architetto di Brema. Esperto lui stesso di costruzioni difensive, venne mandato dagli alti comandi nazisti in Italia, nel 1943, a Lerici, perché lì Rommel temeva uno sbarco alleato.

Ben presto però passò dalla parte dei partigiani. Pagando con la vita il suo gesto. Jacobs, che si unì al Cnl di Lerici iniziando a combattere i propri connazionali, venne ucciso il 3 novembre 1944 mentre era al comando di un’azione partigiana contro le brigate nere. Il regista – autore di decine di documentari, tra cui lavori sulle periferie ben prima che diventassero un “luogo comune” per cinema e documentari (Notte di stelle e Giamaica , girati nei primi anni Novanta a Tor Bella Monaca) – si è immedesimato totalmente nella figura di Jacobs. Le ragioni sono tante. E una è molto personale.

Da piccolo – racconta Faccini – nell’agosto del 1944 scampai alla strage di San Terenzo Monti, sulle Alpi Apuane. Morirono 159 persone. Non avevo neppure 5 anni e ne uscii vivo per caso, grazie a mio zio. Per anni sentire parlare tedesco mi faceva accapponare la pelle. Raccontare quest’uomo mi ha riconciliato anche con una parte della mia memoria”. Ovviamente però il desiderio di parlare di questa scelta, così sconcertante e coraggiosa, vuole parlare anche al presente del nostro Paese. “Chi agì secondo giustizia e libertà in un momento estremo come la guerra al nazi-fascismo, dovrebbe essere ricordato oggi in Italia. Qui abbiamo dimenticato totalmente la Costituzione. Mentre Jacobs, presentandosi alla formazione partigiana a cui si unì, disse: “Darei la mia vita pur di abbreviare di un solo minuto questa guerra insensata”. Una frase potentissima. Jacobs vuole compiere un’azione esemplare e vuole far sapere ai tedeschi che c’è uno di loro contro Hitler, contro l’occupazione.

Jacobs costruiva bunker e fortificazioni. Non era un combattente. “Ma a Lerici si distinse subito: aveva molto riguardo per i bambini italiani, cui dava da mangiare se non ne avevano. Ma distribuiva cibo anche alla gente comune. Il Cnl locale lo iniziò a sorvegliare e poi lo avvicinò. E lui aderì alla lotta antifascista. Come recita il titolo, quest’uomo nacque morendo. Ovvero con la sua morte affermò le proprie idee e l’auspicio di una nuova umanità”. Il film, infatti, si conclude con una dedica: All’Europa che verrà. “Che ancora non c’è – dice con rammarico Faccini – visto che esiste solo l’Europa dell’economia”.

Il film, inizialmente, era stato proposto alla Rai. “Ne parlammo all’allora consigliere d’amministrazione Rognoni. Sembrava che la storia potesse interessare il servizio pubblico. Ma poi calò il silenzio. Alla fine, dopo una lunga attesa, chiedemmo a un dirigente che si occupava di fiction e ci disse: “Un sequel della fiction su San Francesco fa più al caso nostro”. Così non se ne fece niente. E io e Marina lo abbiamo autoprodotto in totale autonomia”. La Piperno, che nasce giornalista e dagli anni Sessanta sostiene un cinema indipendente e corsaro, è anche la compagna di Faccini. Assieme hanno realizzato anche due film su don Andrea Gallo: Andrea, dicci chi sei e Fiore pungente. “Con Andrea siamo ormai amici – dice il regista – Infatti verrà a Venezia, il 2 settembre, per l’incontro con il pubblico. Ha deciso di sostenere personalmente questa storia”. La vicenda sconosciuta di un uomo che lasciò i propri privilegi per unirsi alla Resistenza. Uno che sapeva da che parte stare.

Elisa Battistini

domenica 28 agosto 2011

Grande successo per la campagna NO ALLA SOPPRESSIONE DELLE FESTE CIVILI: prosegue la raccolta di adesioni e la mobilitazione

L’appello lanciato una settimana fa da Roberto Balzani (Univ. di Bologna, Sindaco di Forlì), Thomas Casadei (Univ. di Modena e Reggio Emilia),  Sauro Mattarelli (Presidente Fondazione “Casa di  Oriani” di Ravenna), Maurizio Ridolfi (Preside della Facoltà di Scienze Politiche, Univ. della Tuscia, Viterbo) contro  l’abolizione de facto delle festività del 25 aprile, del Primo maggio e del 2 giugno sta raccogliendo un significativo numero di adesioni, ben superiore alle previsioni degli stessi promotori.  Lanciato dal territorio romagnolo ha raccolto consensi e sottoscrizioni dall’intero territorio nazionale ma anche di cittadini italiani residenti in vari paesi europei.
Finora si registrano oltre 9.000 adesioni. Si tratta di cittadini che intendono ribadire la loro ferma opposizione a un provvedimento che non apporta sostanziali benefici pratici sul piano economico e produce invece un autentico disastro sul piano della coesione sociale. Il disagio e la protesta di molti  riguarda soprattutto la scelta di negare:
- un momento celebrativo per i sentimenti di libertà e di indipendenza insiti nella data del 25 aprile;
- il valore fondante del lavoro, rievocato in tutto il mondo nella data del Primo Maggio e, peraltro, ribadito nell’articolo 1 della Costituzione;
- il senso che lega il percorso unitario Risorgimentale con la realizzazione della Repubblica evocato dalla data del 2 giugno.
L’appello non manca poi di sottolineare la sperequazione che si viene a creare tra feste religiose e feste civili, che verrebbero di fatto cancellate. Ma un vero moto di indignazione riguarda le modalità attuative contenute nella proposta di governo: le feste potrebbero infatti essere “spostate”, al venerdì, al lunedì o alla domenica a seconda delle esigenze: un provvedimento che odora di “concessione”, di “arbitrio” e che rimanda a metodi comunque arbitrari, oltre che a rendere addirittura incerti i prossimi calendari festivi italiani.

Tra le adesioni spiccano quelle di personalità come Ivano Marescotti ed Eraldo Baldini, studiosi del pensiero politico come Arturo Colombo (Univ. di Pavia) e Roberto Gatti (Univ. di Perugia), nonché di Alessandro Campi (intellettuale molto vicino a Gianfranco Fini), ma anche di Demetrio Neri (filosofo morale, componente del Comitato nazionale di Bioetica) e di numerosissimi storici (oltre un centinaio, molti aderenti alla Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea, tra i quali Mario Isnenghi, Michele Sarfatti, Paolo Pezzino, Fulvio Cammarano, Regina Pozzi, Dora Marucco, Leonardo Rapone, Simone Neri Serneri, Marco Gervasoni). E poi ; nonché sociologi come il figlio di Norberto Bobbio, Luigi, e Massimo Rosati dell’Università “La Sapienza” di Roma, e filosofi del diritto come Luca Baccelli, Emilio Santoro, Pierluigi Chiassoni, Tommaso Greco o storici del pensiero giuridico come Elio Tavilla e studiosi dell’Europa e delle relazioni internazionali come Ariane Landuyt (Centro Studi Europeo, Siena) e Giuliana Laschi (Punto Europa Forlì).
Sul versante istituzionale e politico ci sono poi onorevoli come Ignazio Marino, Vincenzo Vita, Maino Marchi, Rita Ghedini, ex parlamentari come Valter Bielli, l’Assessore alla Cultura della Regione Emilia-Romagna Massimo Mezzetti, e ancora il Segretario del PD ER e consigliere regioale Stefano Bonaccini, i segretari del PD di Bologna Raffaele Donini e di Forlì Marco Di Maio, consiglieri regionali come Antonio Mumolo, Anna Pariani e Mario Mazzotti, numerosi assessori comunali e provinciali, tra i quali la bolognese Marilena Fabbri, ma anche molti esponenti del mondo laico tra i quali il direttore del “Pensiero Mazziniano” Pietro Caruso e Luigi Di Placido (segretario del PRI di Cesena). Folta la rappresentanza di esponenti della CGIL, dell’Anpi, dell’Arci e di altre associazioni culturali. Aderiscono anche giornalisti e commentatori come Massimiliano Panarari e Andrea Riscassi, nonché Gaetano Alessi di “Ad Est”, sodalizio di resistenza contro le mafie.
I cittadini possono continuare a far pervenire le loro sottoscrizioni andando al sito/blog http://soppressionefestecivili.blogspot.com/ (che, oltre a raccogliere adesioni, registra anche pareri, commenti e opinioni, nella tradizione della democrazia partecipata) o scrivendo a nosoppressionefestecivili@gmail.com

10 anni di Fuorionda a Zona Cesarini

10 anni di Fuorionda a Zona Cesarini...

giovedì 25 agosto 2011

Chi parla male, pensa male

Il linguaggio comune, è cosa nota, è uno dei più affidabili indizi del modo di sentire, e pensare di un popolo. Se applichiamo questo criterio al popolo italiano, dobbiamo concludere che negli ultimi quindici anni, anno più anno meno, deve essere accaduto qualcosa di veramente sconvolgente nel nostro costume. In alcuni casi si tratta dell’esacerbarsi di vizi antichi, come quello di non saper tenere una civile conversazione. Lo aveva già notato Leopardi, ma se ai suoi tempi la conversazione era in cattiva salute oggi pare proprio moribonda. Basta osservare un tavolo di commensali al ristorante. Se sono, poniamo, in otto, e sono maschi e femmine, dopo pochi minuti la conversazione si frammenta in due gruppi di quattro persone, spesso da una parte i maschi, dall’altra le femmine, e subito dopo in quattro gruppi di due persone. A tavola: il trionfo del cellulare. Passa qualche minuto e ognuno telefona con il cellulare o è chino su se stesso o se stessa a controllare messaggi o posta.

Se sono presenti bambini non c’è scampo: o sono al centro dell’attenzione come piccoli tiranni (che cresceranno!) oppure arrivano muniti di diabolici strumenti elettronici dai quali non staccano mai gli occhi e le dita se non per mangiare qualche patatina fritta con maionese e ketchup o una pizza stracolma dei più improbabili ingredienti e per bere coca-cola. Del resto sono gli unici gusti ai quali sono stati abituati. Diverso è ovviamente il caso in cui sia presente qualche signore o signora molto più importante degli altri perché allora eccoli tutti a pendere dalle sue labbra, protendersi e annuire.

A compensare il declino della civile conversazione, c’è però il trionfo dell’organo sessuale maschile nella sua accezione più volgare, e dei suoi annessi naturali. Non è necessario citare le infinite espressioni nelle quali compare l’icona della mascolinità (cretina). Molte sono in voga, per lo meno, da decenni. Il trionfo sta nel fatto che ora anche le donne usano abbondantemente il linguaggio del c…. Non c’è quasi più giovinetta o signora anche matura che non senta il dovere di fare sfoggio della sua padronanza del linguaggio in questione. Da questo punto di vista l’uguaglianza fra uomini e donne ha davvero realizzato nel nostroPaese passi da gigante.

Non meno palpabile è la nuova dignità assunta dagli aspetti più banali della vita quotidiana. Le persone intrattengono lunghissime conversazioni al cellulare per raccontare cos’hanno mangiato, com’è la temperatura, come sono vestite e per dare e chiedere notizie della medesima gravità su figli e congiunti. Come facevano, viene da chiedersi, a tenersi dentro, prima dell’avvento del telefono cellulare,tante fondamentali e urgenti domande e osservazioni sulla vita?

E va ancora bene se la conversazione consta di parole, per quanto di poco conto. Spesso la persona che ascolta risponde soltanto per mezzo di mugugni e suoni non meglio definibili. Il nuovo imperativo morale ed estetico pare essere diventato “bando alle astruserie del linguaggio: parliamo con semplicità”, come se la semplicità fosse data da un numero sempre più esiguo di vocaboli, dall’impoverimento della grammatica o, addirittura, dall’emissione   di suoni gutturali quasi animaleschi che sostituiscono le parole. Pasolini denunciò questa deriva già negli anni ‘70 ma, a paragone di quelli di oggi, gli italiani dei suoi tempi parlavano come Accademici della Crusca. Fra le vittime innocenti del nuovo corso c’è, è noto, il congiuntivo.    Non esiste più il “lei”. La dittatura del “tu”.

Oggi le splendide parole della canzone Bufalo Bill di Francesco De Gregori – “se avessi potuto scegliere fra la vita e la morte, fra la vita e la morte, avrei scelto l’America” – sarebbero probabilmente intese come un riferimento a Messi o a Messa (siamo pur sempre cattolici). Altra vittima della semplificazione è il graduale abbandono   del “lei”. Il fascismo aveva tentato di abolirlo, perché di origine spagnola e di sapore borghese, per sostituirlo con il “voi”. Non credo che abbia ottenuto grandi successi. Noi, senza bisogno di alcun decreto governativo, abbiamo ormai spodestato il lei e messo al suo posto un democratico ed egualitario “tu”. Nessuna distinzione di età o di status o cultura o altezza morale conta più. Tutti meritevoli del “tu”, anche il presidente del Consiglio. Tutta la nostra solidarietà a Sandro Bondi che ha giustamente espresso il suo disagio nel vedere persone che lo conoscono appena rivolgersi a Silvio con il “tu” mentre lui usa rigorosamente il “lei”.

Scrivevano i filosofi della politica che caratteristica propria dell’essere umano, e segnatamente del cittadino, è la capacità di esprimere attraverso il linguaggio non soltanto le sensazioni di dolore o di piacere, ma anche ragionamenti morali, politici, estetici, filosofici. Un popolo rozzo può essere dominato. Partecipare alle deliberazioni pubbliche è un’attività che esige la capacità di intendere il significato di concetti complessi e di cogliere bene le distinzioni, per esempio fra libertà e servitù, fra democrazia e populismo, fra governo della legge e dominio degli uomini, e così via. Ma guai a chiedersi come possano assolvere i loro doveri di cittadini degli individui che hanno impoverito il proprio linguaggio, perso la capacità e il gusto di indicare cose diverse con nomi diversi, e non sanno riconoscere e rispettare   le diseguaglianze che meritano di essere riconosciute e rispettate.

Parla bene chi pensa bene, e pensa bene chi sente bene, vale a dire ha retti sentimenti. Ma è vero anche che parla male chi pensa male, o non pensa affatto, e sente peggio. Guai però a sollevare il problema di educare le persone a sentire, pensare, e parlare bene. Scatta subito l’accusa infamante: “moralisti, elitisti!”. Tanta premura a proteggere il popolo dalla fatica di capire e parlare è davvero commovente. Peccato che nasca dalla consapevolezza che un popolo con un linguaggio povero, rozzo e volgare può essere facilmente ingannato e dominato da qualsiasi demagogo, anche uno di mezza tacca e con i tacchi.

Maurizio Viroli